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Paese

Dati Generali
Il paese di Aritzo
È situato a 800 mt. s.l.m., nella Barbagia di Belvì in provincia di Nuoro. Posto in un’area privilegiata dal punto di vista naturalistico, in una delle zone più suggestive del Gennargentu, Aritzo è un importante centro di villeggiatura montana. D’estate il flusso turistico è molto intenso, d’inverno, invece, i soggiorni sono legati alla presenza degli sciatori che frequentano le vicine piste di Fonni e Desulo. Il centro storico è ben conservato e caratteristico con le facciate delle case in pietra scistosa e balconi in legno.
Il territorio di Aritzo
Altitudine: 418/1459 m
Superficie: 75,6 Kmq
Popolazione: 1544
Maschi: 760 - Femmine: 784
Numero di famiglie: 564
Densità di abitanti: 20,42 per Kmq
Farmacia: corso umberto I - tel. 0784 629853
Guardia medica: corso Umberto I, 60 - tel. 0784 629621
Carabinieri: Belvì - via Roma, 135 - tel. 0784 65202

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Storia

ARITZO, villaggio della Sardegna nella provincia di Busachi, distretto di Meàna, appartenente all’antico dipartimento della Barbagia Belvì. È distante dal capoluogo di provincia circa 20 miglia; e 50 dalla capitale.

Siede questa popolazione nella costa del monte detto Genna-de-Crobu, che è la parte estrema e più settentrionale della montagna appellata Funtana Cungiada, una delle più alte dell’isola, e assai nobile per la incetta delle nevi, che ivi annualmente si fa.

È composto l’abitato di 460 case, le quali occupano una non piccola superficie in figura d’un romboide.

Le strade sono difficili, e troppo sassose: nella direzione da tramontana ad austro, in cui sono le principali, conservasi una certa regolarità. La primaria detta Funtan-e-idda è quasi nel mezzo, e allungasi più di un miglio.

Le case sono formate ordinariamente di tavole.

Clima. È questo men rigido, che pare dovrebbe essere nella elevazione in cui è fondato il paese, dove si può stare anche senza fuoco nel cuor del verno. Vi piove con molta frequenza, meno nell’estate; variabilissima è la temperatura, e i temporali di neve, grandine, e fulmini vi imperversano assai spesso. La neve vi si trattiene assai quando cade nel dicembre e gennajo, sebbene, soffiando i venti meridionali, e serenandosi il tempo, facilmente si sciolga. Le nuvole basse vi si arrestano con frequenza, ed appare allora il luogo ingombro d’una nebbia niente nociva nè ai vegetabili, nè agli animali. I venti vi dominano in gran parte, ma sempre con poco impeto, perchè è questo infranto dagli alti monti d’intorno: il solo che vi spiri talvolta con violenza è il ponente-maestro, la tramontana vi ha degli ostacoli. L’aria è saluberrima, e si vive lungamente, e senza gran bisogno di medicine.

Le malattie acute tanto frequenti altrove, qui lo son meno; però le costipazioni non curate non lasciano di cagionare delle malattie croniche, specialmente di petto, che pure non di rado guariscono senza alcun ajuto dell’arte, soltanto con l’esercizio delle fatiche, e con esporsi con coraggio a tutte le inclemenze.

La vita si prolunga ordinariamente a una buona vecchiezza, e sono rari i giovani che periscono. Nascono annualmente da 70 a 80, muojono circa 40. Il numero dei matrimoni va dai 16 ai 20, quello dell’intera popolazione a 1860.

Vi è un consiglio di comunità, una giunta locale sul monte di soccorso, ed un tribunale ordinario di giudicatura governato da un avvocato con voto consultivo, la cui giurisdizione estendesi sopra i tre villaggi limitrofi Belvì, Gadòni, Meàna.

Si ha per la corrispondenza un corriere che va regolarmente alla direzione più vicina; i ministri di giustizia fanno l’uffizio di direttori.

Vi è inoltre una scuola normale frequentata da 30 fanciulli.

Occupazioni degli aritzesi. Essi in generale non esercitano altro mestiere, che di trasportare i prodotti del loro territorio in tutti i punti dell’isola. Provengono da Aritzo le castagne, noci, nocciole, travi, travicelli, tavole, doghe, cerchi. Per difetto di strade carreggiabili le spese del trasporto diminuiscono il lucro che si ricava.

Le strade che da Aritzo partono verso tutte le parti diconsi carreggiabili da quei paesani, ma pei loro carri a piccole ruote e assai rozze, sebbene con non piccola difficoltà e fatica dei poveri animali.

Un’altra porzione degli aritzesi si esercita nel segare il legname, e nel farne varie opere, che i viandanti o rivenditori di corsa comprano, e trasportano negli altri dipartimenti. Ogni altr’arte è assai trascurata.

Agricoltura. Ad onta della bontà del terreno giace quest’arte quasi negletta. Vedesi dai passeggieri in questa regione quasi il giardino della Sardegna, e una lussureggiante e vigorosa vegetazione, ma poco o nulla di arte. Appena cento individui seminano in vari diversi siti, e pochissimi più di cinque starelli (litr. 246): nè il vantaggio che ne ritraggono ha potuto persuaderli a maggiore studio, ed invitar gli altri ad intraprendere queste fatiche.

Dallo stato del monte di soccorso può ben dedursi lo stato del seminario del grano. Era la dotazione in fondo granatico di starelli 310, e di lire sarde 210.12.0; al presente il primo fondo è avanzato a starelli 425 (litr. 20,910); il secondo è ridotto a lire sarde 5.18.10 (lire nuove 11.30). Si semina meno di orzo, assai di lino, niente di legumi, e poche erbe ortensi, e ciò per la ragione ancora che i siti a questa coltura idonei sono occupati dagli alberi fruttiferi.

Varie sono le specie di questi, principalmente peschi, susini, pomi, fichi, i quali di rado maturano.

Non manca ancora la varietà delle uve, eccettuato le più delicate, che vogliono ciel più mite e terre più crasse. I vini mancano di quella bontà e gusto che li rende aggradevoli; nè se ne ha giammai la sufficiente provvista.

Cominciasi a coltivare le patate, e ciò sarà un sollievo grandissimo ai poveri, ed una nuova ragione d’incremento nella popolazione, che aver potrà facilmente la sussistenza in terre non tutte idonee ai cereali.

Pastorizia. Questa professione così diletta agli antichi abitatori di queste regioni Iliesi, Jolaesi, e Barbaricini, è ancora assai pregiata dai loro discendenti. Vi è un gran numero di pastori, massime di pecore e vacche. Il numero del bestiame nelle varie specie è approssimativamente questo: cavalle 200; vacche 800; porci 1000; capre 2000; pecore 80,000; i gioghi per l’agricoltura più di 100. Maggiore era il quantitativo dei suddetti capi prima del 1832, specialmente delle pecore, ma la siccità dell’autunno avendolo privato del pascolo, esso morì in gran numero, forse più di due terzi.

I pastori ritraggono non piccol guadagno dai montoni e dalle vacche, che vendono al macello, dai buoi domiti per l’agricoltura, e dal formaggio, che, a preferenza degli altri luoghi di montagna, può dirsi il migliore, sebbene manchisi nella manipolazione.

Costumi. Le donne aritzesi poco si esercitano nel telajo, ed in altre ordinarie loro manifatture. Non perciò rimangonsi scioperate, e quando gli uomini sono occupati, quali nella montagna, quali in viaggi, quali con la sega, o con l’ascia, esse sono da un’antica consuetudine obbligate a raccogliere i frutti di questi feracissimi terreni; di maniera che le loro principali occupazioni consistono nel cogliere e trasportare le noci o nocciole, le ciriegie, le castagne, nella manifatturazione del lino, nel vendemmiare. È anche vero che, cessate queste occupazioni, moltissime maneggiano il fuso, e non poche anche il telajo, avvegnachè con pochissimo profitto. Sono esse di bella fisonomia, mentre gli uomini sono piuttosto brutti. Questi dopo il lavoro se ne stanno al focolare con la pippa, e le donne attendono a tutto. Quando elle sanno il giorno in cui devono tornare i loro mariti, vanno a trovarli con delle provviste; trovatili, prendon loro da mano il cavallo, e lo scaricano, accendono il fuoco, e apparecchiano il mangiare; dopo rimettono i fardelli al cavallo, e se lo portano via al paese, dove quegli incamminansi al loro bell’agio. Sono queste donne vigorose e snelle, e ammirasi la loro agilità nel rampicarsi su gli alberi più alti a spogliarli delle frutta.

Moda di vestire. I paesani aritzesi non si distinguono nel vestire dalla maggior parte dei contadini dell’isola, usando il cappottino di forese (albagio grossolano), il berretto nero di lana con la capellatura sciolta, un giubbone di scarlatto con fodero di velluto ordinario bleu, calzoni a campana, che sono corti a mezza coscia, e larghi assai, ed altri sotto più lunghi di tela ordinaria, con grandi calze di forese, e scarponi.

Le donne vestono in un modo che direbbesi singolare, se in pari modo non si abbigliassero quelle di Belvì, Gadòni, e Dèsulo. Usano elle un busto strettissimo di forese chiuso a tutte parti, e solamente aperto ai lati circa 0,20m, per passarvi le braccia. Esso scende giù sino a mezza gamba, di maniera che appena permette il passo. Quindi vi applicano un grembiule più corto del busto, della figura d’una parabola, attaccato ad una fascia che stringesi al fianco; il che deforma anche più la loro figura. Non fanno uso di calzette, eccetto alcune che ne vestono di lana rossa nel rigor del verno: invece portano un pezzo di scarlatto di poco più di 0,20m, che legato a mezza gamba cade sciolto, e rendesi visibile, perchè non giugne oltre questa legatura il suddetto busto. Indossano ancora un giubbone di scarlatto o di velluto nero alla foggia moderna greca, con pezze attaccate internamente ad ambo i petti, le quali figurano l’interno giubbonetto, che dicesi corìtu. Questo giubbone tiene delle aperture al gomito, ed all’avambraccio. Con un velo di panno nero, o sajo rosso detto su capucciu, formato come il velo monacale, coprono la testa, e gli omeri. Quando sono occupate nelle bisogne domestiche lasciano il cappuccio, e restano con una mezza cuffia di seta o di filo, che sostienesi da piccole bende di panno legate sotto il mento.

I matrimoni si celebrano con la massima semplicità; i balli ed altri pubblici divertimenti sono rari, e l’allegria nelle feste dimostrasi con un gran consumo di polvere da fuoco in mastii e razzi.

Vi si osserva più che altrove il funebre rito delle lamentatrici (attitadòras), e ciò ad onta di tutte le misure di rigore che furono prese dai superiori ecclesiastici. Havvi un certo numero di donne improvvisatrici, che appena sanno essere in alcuna casa un defunto subito vi accorrono, e disposte intorno al cadavero spiegano tal superiorità, come se abbiano un dritto sul medesimo, e sulla famiglia. Cominciano quindi a verseggiare in tuono flebile, onde si eccita vieppiù l’ulular delle femmine afflitte per quella morte, e di quelle altre accorsevi per la memoria che opportunamente rinnovasi dei loro più cari. Queste lamentatrici non prima si ritirano, che si porti il cadavero alla sepoltura.

La superficie territoriale dell’Aritzese si calcola di 98 miglia qu. Potrebbe questa vasta estensione ripartirsi in quattro quasi eguali porzioni, di cui una comprenderebbe la regione niente idonea all’agricoltura, cioè i colli e rialti, molto però adatta nella primavera ed estate al pascolo d’ogni genere di bestiame, massimamente pecorino e caprino.

L’altra parte conterrebbe tutto il ghiandifero, e la selva della fertilissima ed amena eminenza detta Monte-Cresia (Monte della Chiesa), perchè di proprietà della parrocchiale, dove le quercie, i soveri, i lecci, e simili vi frondeggiano densissimi.

La terza divisione, che è la più idonea al seminario dei cereali, comprenderebbe i luoghi meno esposti, e più feraci.

La quarta finalmente avrebbe la selva dei castagni, ciriegi, noci, nocciuoli, regione meritatamente celebrata per l’estensione, per la regolarità della piantagione, inclusivi i predi di spettanza privata.

Elevansi in questo territorio non pochi monti, che a ragione si pongono fra i più alti dell’isola. Primeggia fra questi l’anzidetta montagna di Funtana-cungiàda (fontana chiusa o cinta) a sirocco del paese, la quale nella sua sommità presenta sotto al meridiano una linea non minore di 5 miglia. Dal suo piano superiore scorgesi a ciel sereno un terzo circa dell’isola nella parte meridionale, ed ove non fosse frapposta la catena di Genn-e-argentu, potrebbesi vedere maggior estensione. La montagna di Genn-e-entu, così detta, perchè passando al suo piede nella strada reale, che mena alla capitale, vi si sente l’influenza d’un vento, che spira costantemente, sorge a libeccio dello stesso paese. Questo monte è nell’Aritzese il secondo per elevazione.

Nella stessa direzione, e più vicino alla popolazione, sorge il colle Tixili di considerevole altezza, e di figura conica, nel cui vertice osservasi un grande ammasso di pietre, il quale, sebbene guardato da presso sia di figura irregolare, rassomiglia in distanza a un cilindro perfetto, la cui altezza sul posto può misurarsi da cinquanta piedi parigini, con un semidiametro di circa quaranta.

Vi sono all’intorno del paese altri rialti, che non si considerano, sebbene alcuni sorpassino il livello del paese, che credesi il più elevato dell’isola.

Abbonda l’Aritzese di selvaggiume, massime nella regione denominata Mont’-e-Crèsia, dove con frequenza si fa la caccia maggiore. Vi si riconoscono quasi che tutte le specie dei volatili, che nidificano nell’isola; però sono più numerose le tortorelle, i tordi, i merli, e sopra tutti i colombacci, che veggonsi a stormi di migliaje, massime dopo la messe, e quando son mature le ghiande.

Sorgono ad ogni parte acque purissime e salubri; e notasi, che in qualunque tempo esse sono superiori a quel grado di freddo, che rende quelle d’altrove meno potabili, e assai pericolose allo stanco passeggiere.

Tra le principali possono annoverarsi le due che servono a quotidiano uso e bevanda degli abitanti in vicinanza al paese, una a tramontana, l’altra ad austro; pare eguale il diametro del getto in ambe, di 0,05m, che alquanto raccorciasi nel cuore dell’estate.

Scorrono in diverse direzioni vari ruscelli, nei quali ritrovansi squisitissime trote e anguille.

Il Flumendosa, uno dei maggiori fiumi dell’isola, divide questa giurisdizione da quella di Seulo: manca il ponte, e la comunicazione è assai pericolosa nelle piene invernali.

Nell’anzidetta montagna di Funtana-cungiàda si suole regolarmente ogni anno fare l’incetta della neve per provvisione della capitale, e delle altre parti del regno, tolto il caso straordinario d’una insolita serenità anche in queste parti, sebbene allora si supplisca dai medesimi aritzesi, che vanno a raccoglierla nella vicina montagna di Monte-argentu, ove può dirsi, che stiano perpetuamente le nevi.

E relativamente a questo ramo di industria, che da tempo immemoriale costituisce un diritto esclusivo di regalìa, perchè spettante come i sali e i tabacchi al regio patrimonio, non può lasciarsi di dire, che questo provento all’erario devesi unicamente alle fatiche dei soli aritzesi, che si impegnano a promoverlo travagliando studiosamente per sei mesi.

Sta a loro l’esclusiva incumbenza di raccogliere e incettare la neve nei mesi di marzo e aprile nelle due dette montagne di Funtana-cungiàda, e di Monte-argentu, distante quella due ore dal paese, e questa tre, sotto la direzione degli appaltatori, che in questo senso, e con non pochi obblighi verso il regio patrimonio soscrivonsi per un sessennio.

Le nevi raccolte si conservano in piccoli magazzini appositamente edificati sino a tutto ottobre, e dentro questo tempo la maggior parte di questi paesani, quasi per torno, e anche due volte alla settimana quei di Belvì, sono tenuti di trasportarne le some, dove, secondo reciproci concerti con gli appaltatori, è stato stabilito.

Il dipartimento di Barbagia Belvì o di Aritzo, sebbene incluso nel demanio regio, ha non di meno un Signor utile, il quale può in certo modo dirsi feudatario. Questa signoria, in ordine ai pagamenti soliti farsi in danaro, grano ed orzo, può dirsi feudo fisso e chiuso; in ordine poi ai dritti sul bestiame partecipa anche di aperto; però che è fisso la quantità e qualità dei capi, che pagansi per ogni segno (branco di bestiame dello stesso marchio); ma è sempre incerto il rispettivo numero dei segni, per lo che può il feudo dirsi aperto.

Aritzo paga annualmente lire sarde 100 (lire nuove 192), sei starelli, e dodici imbuti di grano (litri 332.04). L’esazione viene ripartita in tre classi: quei di prima pagano imbuti di grano 4 (litr. 12.28), e soldi 5 (lire nuove 0.45); quei di seconda imbuti 3, e soldi 5; quei di terza imbuti 2, e soldi 5.

La comunità di Meàna paga lire sarde 125.10.0, sessantasei starelli di grano, e ottanta starelli e dodici imbuti di orzo da ripartirsi come si è detto di Aritzo.

La comunità di Gadòni corrisponde lire sarde 50.0.0, trentatre starelli, e dodici imbuti di grano da ripartirsi come sopra.

La comunità di Belvì paga lire sarde 25.0.0., sedici starelli, e dodici imbuti di grano.

I redditi sulla pastorizia di questi paesi sono cospicui. Oltre i suindicati dritti, che da tutti esige il Signor utile, gode sopra Meàna e Gadòni il dritto degli alveari. In questo dipartimento non si riconosce alcun dritto di vassallaggio, nè di comandamenti personali a favore del Signor utile, cui non compete su gli abitanti alcuna giurisdizione nè civile, nè criminale.

Questo impropriamente detto feudo, e meglio Signoria dei redditi civili del real mandamento di Barbagia Belvì, fu costituita in favore di D. Salvatore Lostia di Cagliari. Ne prese l’investitura addì 9 novembre 1767, mediante lo sborso al regio erario di lire sarde 45,000 (lire nuove 86,400).

In tale acquisto vengono compresi ancora i salti spopolati dell’Arcidàno, i quali ebbe accordati con la giurisdizione civile e criminale, mero e misto imperio, e con una sola giudicatura.

Ebbe questa signoria il titolo comitale di s. Sofia, ed è trasmissibile in una ed altra linea.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre ad Aritzo
16 Gennaio: Sant’Antonio Abate, con tradizionale falò.
2° Domenica di Agosto S.Isidoro
1° Domenica di Settembre, S.Basilio.
Ultima domenica di Ottobre: Sagra Delle Castagne e delle Nocciole.
La sagra inizia il venerdì e finisce la domenica, vengono offerte castagne e nocciole e sono in programmazione spettacoli musicali e folkloristici.